Segni di identità + Videostadio

Mostra personale di Guido Anderloni + video di Paola di Bello

A CURA DI
Emanuela De Cecco

Dal 19.10.1997 al 09.11.1997

Come dire tracce di volti irriconoscibili, sagome evanescenti color carne, fantasmi nati così per colpa del tempo.

Lui racconta che non ama la definizione dei particolari...Guido Anderloni vorrebbe che queste immagini potessero diventare foto personali adatte per tutti i passaporti del mondo, vorrebbe dare così scacco matto alle regole inevitabilmente discriminanti che mette in atto il gioco della rappresentazione.

Ecco: l’assenza (voluta) di particolari sfugge alla violenza inevitabile della catalogazione e apre a una soggettività aperta in cui ci si ritrova a praticare una forma inedita di identificazione collettiva.

Tutto ciò che si avverte (che é possibile cercare) sono infatti delle presenze silenziose che non raccontano altro che le storie che chi guarda desidera ascoltare.

Si apre uno spazio che l’immagine carica di particolari di fronte alla sua stessa evidenza solitamente nega. Violenza e gioia in quello che a prima vista può sembrare il lavoro delicato di un fotografo pentito si rivelano attraverso un’attitudine che amplifica il grado di realtà.

Da voyeur a testimone, l’obbiettivo della sua macchina fotografica infatti ascolta pazientemente, non guarda... Rinuncia a strappare lo scatto giusto, tollera e fa suo ciò che la scena del set principale non prevede, spesso c’é una selezione precisa anche nei documentari.

Guido Anderloni sottraendo alla riconoscibilità i suoi ritratti ci tira in mezzo, questi volti nella loro indefinizione e nell’essere spogliati dell’identità individuale sono pensabili quasi come degli specchi, la loro é una forma possibile nella quale riconoscersi. Sembrano venire da lontano ed essere lì a ricordarci la precarietà esistenziale nella quale siamo immersi, noi più che soggetti, segni d’identità composita e incerta, soggetti a una trasformazione costante nel corso del tempo.
La scienza dice che grazie al ricambio delle cellule tutto del nostro corpo é destinato all’inesorabile legge del ricambio. Cervello a parte.

Date le premesse non é un caso che il passo successivo sia un lavoro di cui a Careof é esposta una traccia discreta, in cui l’artista rielabora una sua personale versione della rappresentazione della violenza. Mi riferisco a 103 africani, lavoro in cui Anderloni ha chiesto agli invitati alla sua mostra Señas de Identidad  la scorsa primavera, di passare, per avvicinarsi al buffet, attraverso una stanza della galleria dove viene scattata una fotografia (in cui i ritratti vanno a sovrapposti al fine di ottenere un risultato unico) e impresso un piccolo segno d’iniziazione sulla mano... 103 persone, in riferimento a una normale notizia apparsa su un quotidiano spagnolo che raccontava di altrettanti immigrati clandestini rimpatriati dalla Spagna all’Africa servendosi di un potente sonnifero per evitare problemi nel corso del trasferimento.

Entra la storia a sventare ogni pericolo di trovare rifugio sicuro nella tradizione del genere e questo passaggio sembra trovare un riferimento preciso nella definizione di soggetto post-traumatico sulla quale si interroga Hal Foster, soggetto che ritorna come sopravvissuto o testimone, che contemporaneamente afferma e nega la sua identità sublimandola.

La violenza evocata con un procedimento non didascalico, lontano da sangue, viscere e scene del delitto, assume così una connotazione cupa, ancora più violenta e universale nella mancanza di particolari e nella sostituzione del corpo della vittima con in corpo reale dello spettatore che si rende disponibile a interpretare il ruolo che gli é stato chiesto. Come per dire che non possiamo più davvero considerare quello che vediamo qualcosa che non ci appartiene,  che possiamo fare finta di non avere visto, di non aver saputo.

Emanuela De Cecco, ottobre 1997

Nella saletta video Careof presenta Videostadio di Paola di Bello.