Il corpo della pittura

A CURA DI
Donatella Melini

Dal 13.12.1998 al 20.01.1999

Documentazione video con Elizabeth Aro, Domenico Bulfaro, Marta Dell’Angelo, Antonia Fontana, Alina Gavrielatos, Elena Mutinelli, Zita Noè, Giancarlo Varotto

Nel nostro momento storico si presenta la necessità di riscoprire il corpo, anche in senso figurato. Si pensi a come sia un fondamentale richiamo di “audience” in televisione la presenza, in quantità, di “carne”.
Senza soffermarsi su inutili giudizi direi come questo sia indicativo di un’esigenza. Quella appunto di riprendere possesso e confidenza del nostro corpo. Un possesso che vorrebbe essere pulito e libero dalla rigidità e pericolosità delle “educazioni” e che evidentemente vorrebbe proporsi come morbida presenza, tattilità, naturalità, ironia e divertimento. Come quando tra amiche ci si mostrano i vestiti preferiti. Ed è quello che Elisabeth Aro, giovane artista madrilena, ci presenta nel suo video Mirando tu vestido. A me per esempio capita di raggiungere una grande concentrazione, altrimenti rara. Una specie di estasi. Un piacere sottile morbido tanto da annullare qualsiasi forma di complesso. Amo il vestito come il mio corpo e amo mostrarli. Non c’è più problema, è solo il mio corpo. Come mi sta?

Quello che desidero avere nel privatissimo della mia stanza non è certo l’acido ritratto di qualche parente. Io voglio un poster di Marcus (il modello svedese per intenderci) con il petto nudo, magari le braghe un po’ calate, giusto un poco. La “carne” non è più provocazione ma qualcosa di leggero, divertente, soprattutto bello. Come l’operazione di Giancarlo Varotto che rimane saldamente ancorato alla buona pittura di tradizione classica. E’ infatti straordinaria la sua perizia tecnica. Ma tanta abilità è strumento per una ricerca integrata nelle tematiche del contemporaneo. La leggerezza ad esempio. Il nudo nei quadri di Varotto è ostentazione di bellezza, tanta bellezza. Ma innocente e fredda come può esserlo in una rivista, non certo intellettualizzata, appesantita.

Discorso un po’ differente per Elena Mutinelli e Alina Gavrielatos che utilizzano tecniche classiche come carboncino e olio su tela e materiali poveri per rappresentare caratteri a loro vicini, naturalmente con problematiche differenti, cercando di ambientarli in un contesto che li “illustri”. I disegni della Mutinelli sono schizzi preparatori atti a cogliere molto velocemente un “quid” che determinerà poi il lavoro scultoreo finale. Nelle sue tele Alina, illustratrice di professione, si concentra molto di più su una ricerca coloristica esuberante di marca matissiana.

Leggerezza ed ironia, poi, per Bulfaro che presenta DUE giganteschi ritratti di UN bacio. Impossibile? Assolutamente no. Non ci si pensa ma, anche se ci si bacia in due, il bacio rimane uno solo. Insomma queste gigantesche tele cariche di Rossetto, tra l’altro mezzo indispensabile per “riconoscere” un bacio, sono qualcuno. Sono Il bacio fatto di baci: quelli di Domenico Bulfaro.
Pezzi di corpo perfettamente plastici sono quelli che Zita Noè incolla sopra un grave fondo nero. Parti anatomiche ben precise che come icone pretendono una individualità. Pretendono di essere forse non presentate ma proprio rappresentate come d’altro canto nella tradizione della ritrattistica.

Marta Dell’Angelo di Brescia presenta uno studio stilisticamente raffinato, ci troviamo infatti davanti a dell’ottima pittura. L’operazione dell’artista è quella non solo di presentare il suo corpo, ma addirittura di proporcelo dal suo punto di vista, consentendoci di vedere ciò che lei stessa vede di sè impedendoci, però, di occupare il suo posto, di calpestare il suo pavimento.
L’atmosfera con questa artista comincia a raffreddare. Non più tanta leggerezza di visione ma una volontà di ricerca più intima, non necessariamente drammatica.

Il corpo come mezzo per creare relazione con l’ambiente. Medium che si cela, si copre, cerca una custodia per una sospensione di attività che può essere una visione immediata, forse priva di consapevolezza e di interazione da parte del fruitore. E’ attraverso l’assenza che Antonia Fontana “se duce” l’attenzione, “l’assenza non è ciò che si oppone alla presenza ma ciò che seduce la presenza” (Jean Boudrillard, Le strategie fatali). Presenza che occupa lo spazio eccitato dalla produzione energetica dell’artista.