Marco Samorè • Molti ricordi sono comuni

A CURA DI
Emanuela De Cecco

Dal 28.03.1999 al 18.04.1999

Entra e sorridi. Lo smile da piccolo segno di appartenenza alla comunità festosa degli hippy si è incollato al bagaglio dei ricordi comuni. Fanno parte del gioco l’Italia, l’Inghilterra, i primi viaggi, le riviste, il sogno di somigliare a qualcun altro, il leggero fastidio derivato dalla difficoltà di tradurre, decontestualizzare una pelle che non ci appartiene integralmente. Musica house, tatuaggio, zainetti invicta, merchandising per tutti. Tutto questo in mostra si traduce in scultura: il sorriso sempre uguale ha preso corpo, pesa, ingombra.

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Proiettori, superotto, filmine. Parole familiari per chiunque appartiene alla prima generazione la cui infanzia è documentata in movimento. Prima c’erano le foto, adesso le più agili videocamere. Chi è nato negli anni del boom non può non avere nel proprio archivio personale conservate queste parole chiave e ad esse non associare aria di famiglia, pomeriggi in campagna, gite al fiume, situazioni spensierate. Punti di fuga e di attrazione a un tempo, nostalgia e voglia di scappare. L’uso che fa Samoré di questo supporto non è innocente e ci porta dritti al cuore della questione. Veloci narrazioni, piccole storie che si ripetono — una sorta di passerella minimal in cui una modella dal volto volutamente fuori quadro mostra oggetti anche essi prelevati nell’universo domestico — mettono in circolo un microcosmo di compagni di viaggio. Da piccoli, con le pistole ad acqua, i costumi di carnevale, espressioni del desiderio di partecipare a un gioco di ruolo precoce, prima ancora che il confronto col mondo imponesse le sue regole. Accostamenti surreali, contrasti che restituiscono all’occhio la natura disordinata del ricordo.

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Oggi il gioco è diventato più serio e sembra non avere una fine. Siamo dentro una partita in cui non ci sono vincitori né vinti, in cui la dinamica si svolge sempre uguale a se stessa.

Molti ricordi sono comuni tira via il lieto fine e introduce con questo lavoro una chiave di lettura. Il percorso della mostra procede a tappe verso un progressivo disvelamento di coscienza. La superficie colorata, gli ammiccamenti alla moda di questi anni sono uno specchietto per le allodole. Epidermide, velo, bugia, perarltro titolo di un lavoro precedente di Samoré.

Hal Foster scrivendo recentemente del lavoro di Andy Warhol vede nella ripetizione dell’immagine l’unica strada possibile attraverso la quale l’artista riesce a rapportarsi al dolore del mancato incontro con la realtà. Cità Lacan, la sua idea di realtà come trauma inevitabile, la presenza necessaria del dolore. Introduce nell’analisi delle icone splendenti dell’artista simbolo della pop art una lettura che supera a destra e a sinistra chi gli attribuiva un ruolo di testimone (anche sociale) della civiltà dei consumi e chi — negli anni Ottanta — lo ha confinato nella posizione di cantore vuoto dei simulacri della civiltà dell’immagine.

Per parlare del mondo è necessario sfuggire al realismo, congelare le icone o ripeterle. Marco Samoré si confronta con segni comuni in una doppia accezione che rimanda contemporaneamente all’immediatezza e alla condivisione del ricordo. Il video nella stanza isolata rispolvera archeologia recente e mette in scena un gesto ripetuto, identico, dolcemente ipnotico, per sempre.

Se esiste una matrice pop nel lavoro di Marco Samoré va ricercata sotto questo profilo. Strati profondi, gioco da bambini dolorosamente adulti. L’artista lavora sullo scarto che lo separa dal desiderio di diventare qualcos’altro o di esserlo stato. È un gioco sottile, una partita a scacchi non certo una battaglia.

Emanuela De Cecco, marzo 1998