Matteo Balduzzi e Marco Poloni • Straderumorincontri

A CURA DI
Gigliola Foschi

Dal 08.04.2001 al 04.05.2001

Matteo Balduzzi si aggira tra anonime periferie cittadine portando con sé un cavalletto, due macchine fotografiche e uno strano tabellone bianco. Appena incontra un passante si mette a chiacchierare con lui, poi con fare amicale lo convince a sorreggere il tabellone e a farsi fotografare nel punto dove si trova, tra condomini, strade dissestate e capannoni. Infine lo invita a scattare una fotografia polaroid scegliendo in quel paesaggio informe quel che più gli aggrada. Il risultato finale è un strabico assemblaggio di due sguardi (quello del fotografo e quello del passante incontrato per caso) su una realtà già di per sé scombinata.

Marco Poloni si fa invece riprendere da un amico nel punto più congestionato degli “Arrivi” di un aeroporto. Lì, tra la folla in attesa, lui sbuca sopra la confusione delle teste con un vistoso cartello in cui compare la scritta “amigo”. Ma chi è l’“amigo” che aspetta? E’ colui che lo sta fotografando o siamo tutti noi, felici di aver inaspettatamente trovato un amico in terra straniera, là dove l’inquietudine dell’ignoto stava già serpeggiando dentro di noi? Ma lui allora è amico di tutti? Poi c’è un video, sempre di Marco Poloni,  dove un’auto a sirene spiegate corre intorno a una magnifica piazza silenziosa: da dove vena, dove stia andando - con quella sua strana sirena dal suono alieno e gentile insieme - rimane per noi un mistero.

Che vogliono dunque combinare questi due giovani artisti con le loro trovate “balzane”? Invece d’impegnarsi a interpretare la realtà, come hanno sempre fatto tutti i fotografi per bene, la raddoppiano, la scompaginano, la vivono girovagando qua e là, la ricreano mescolando strade, rumori e incontri. Invece di dare senso all’insensato che ci circonda, o di denunciare alienazioni e non-luoghi, mettono in gioco se stessi, tuffandosi in imprese tragicomiche e incontri inopinati. Abbandonata ogni pretesa di vedere di più e meglio degli altri umani sguarniti di macchina fotografica, i nostri due autori diffidano del potere definitorio delle immagini, e le usano “alla rovescia”. Disorientano e  perturbano la percezione, si astengono dall’indirizzare i nostri sguardi, per proporci storie aperte e paradossali,  sospese tra realtà e immaginario, incerte tra verità e verosimiglianza. Armati d’ironia e leggerezza riescono a costruire, in modo al tempo stesso intelligente e bislacco, inaspettati  rapporti umani là dove altri si sarebbero cupamente limitati a denunciarne l’assenza. Se i loro sono giochi, sono giochi serissimi che ci riguardano da vicino.