Anna Valeria Borsari • L'arte come cura del mondo - il mondo come cura dell'arte

A CURA DI
Gabi Scardi

Dal 09.12.2003 al 22.01.2004

Da quando l'arte è divenuta "Arte" e si è separata dal mondo, il mondo ha iniziato a manifestarvisi dentro, come citazione, come finestra aperta, come specchio, come sguardo del ritratto che ti segue mentre ti sposti guardandolo. Oltre al trompe-l'oeil, con gli studi di ottica, la penetrazione del reale è divenuta sempre più insistente, fino a quando la scoperta della fotografia e del cinema hanno permesso alla realtà stessa di farsi immagine di sé, e di fissarsi in quanto tale - immobile o in una sequenza di movimento- se pur filtrata dall'occhio che l'ha ripresa.

Rispetto alle precedenti esperienze, ove con materia di vario tipo la realtà veniva riprodotta, copiata, con la perizia della manualità dell'artista, questo è stato un evento del tutto nuovo, paragonabile piuttosto all'impronta, al calco, al fossile; e ne è derivata una serie di domande su quale fosse ormai la funzione dell'artista e dell'arte stessa.
Nell'antichità l'arte, oltre ad avere funzioni decorative ed illustrative connesse alle esigenze di potenti e facoltosi committenti, era strettamente connessa alla sacralità: immagini sacre, canti religiosi, portavano alla meditazione, all'accesso ad una conoscenza superiore, all'assoluto; ma anche le tragedie per i greci avevano una finalità catartica. Dai totem come dalle immagini dei santi ci si aspettano ancora miracoli. Contemporaneamente da tempo la nostra cultura ha scoperto ed analizzato scientificamente le caratteristiche terapeutiche dell'arte, sia osservata o ascoltata (anche le mucche producono più latte ascoltando buona musica), sia prodotta secondo modalità che gli psicologi hanno elaborato. I colori ed i loro diversi effetti sono stati studiati sia da filosofi come Wittgestein che dai maghi della pubblicità. D'altronde anche la Chiesa usava i dipinti per persuadere, oltre che per informare i suoi fedeli. E mezzi apparentemente analoghi possono essere utilizzati per finalità diversissime: strumentali, di asservimento, o tese alla cura e alla liberazione dell'individuo, al suo accesso ad una consapevolezza superiore. Difficilmente l'arte contemporanea può assurgere però a quest'ultima funzione, perché troppo rumore circonda chi la produce, e non si può trasmettere agli altri ciò di cui non si ha esperienza. Ma oggi non vi deve essere posto solo per i manager. Le opere e le azioni di artisti come Yves Klein e Joseph Beuys indicano una strada diversa da quella intrapresa dai seguaci di Andy Wharol. E procedendo in quel percorso per cui sempre più il mondo entra nell'arte (fino al punto in cui non si riesce a distinguere quale sia il contesto), le immagini - che ci arrivano da scenari di guerra o di catastrofi, fotografate da reporter, estratte da un telegiornale, ingrandite, appese a una parete o in uno spazio pulito della nostra mente, illuminate da una luce giusta - se risparmiate da quel processo di omologazione che toglie ogni significato, possono curare l'arte, gli artisti e tutti gli uomini.

Testo di Anna Valeria Borsari