La sezione equatoriale

DA UN'IDEA DI
Elisa Vladilo e Luca Scarabelli

PARTECIPANO
Antonio Catelani, Stephan Heinrich Ebner, Barbara Fassler, Maria Morganti, Luca Pancrazzi, Luca Scarabelli, Paolo Toffolutti e Elisa Vladilo.

Dal 02.02.2004 al 13.03.2004

Fattuale: tono, luminosità e saturazione sono gli attributi variabili del colore. Il pittore tedesco, Philipp Otto Rünge nei suoi studi sul colore (1861), predispone un modello tridimensionale (una sfera, uno spazio astratto), in cui presenta il mondo dei colori suddiviso in tasselli (nella realtà dovrebbero essere infiniti punti colorati, sfumati gli uni negli altri).
Il colore varia lungo ciascun parallelo della sfera, con i puri collocati lungo la fascia equatoriale, la luminosità varia lungo i meridiani, massima al polo superiore (bianco) e minima in quello inferiore (nero), la saturazione decresce via via che ci si addentra verso il centro della sfera. Nella sezione equatoriale il colore puro sfuma verso il grigio centrale, valore intermedio tra bianco e nero.
Indiscrezione sul centrale: il grigio è neutro, non è né soggetto né oggetto, il grigio che c’interessa è neutro così come solo un grigio neutro può essere (una no man’s land del colore-vita). Un grigio equilibrato, ma anche libero da ogni stimolo o tendenza psicologica, senza tensione né rilassamento. All’apparenza non coinvolto, ma in ogni caso rivelatore di attitudini (come ci insegna con il suo test Max Luscher). Un grigio che non è solo annullamento o mistica commistione di opposti, ma luogo di un possibile inveramento: il grigio come rivelazione della colorità del colore, intrinsecamente fecondo e “disposto” a parlare dell’altro come di sé. Un semplice grigio, ma con qualcosa di più, per lo sguardo di chi lo sa vedere (occhio pensante), un grigio veramente grigio.

Intento e scarto retorico: La sezione equatoriale (attualizzata) e le interazioni tra i vari tasselli (infiniti punti) colorati, diventano la metafora dell’arte che sfuma nella vita e viceversa. Una poetica quasi enologica e culinaria che si sforza di centellinare con particolare attenzione il dosaggio ideale degli ingredienti. Nella sfera colorata c’è la memoria della storia, c’è l’esperienza limite del colore, c’è la sua tassonomica classificazione e sintassi cromatica. C’è la memoria di chi diffida della matrice positivista che nega il valore dei sensi, ma anche il suo contrario, c’è l’atteggiamento oggettivo venato dalla mutevolezza del soggetto e c’è una terza via che unisce positivamente le contraddizioni. L’invito quindi è quello di porre lo sguardo all’essere stesso della manifestazione colore, alla sua sensibilità e presenza totalizzante, attiva, un colore organico alla sua stessa fisicità che insiste sulla stretta relazione tra forma e significato. Un colore che afferra per mano la forma e la guida.  .  
Il media del colore diventa così un veicolo privilegiato d’indagine del quotidiano (infiniti punti di vista), una lente, un sintonizzatore tarato sull’ambiente per ricerche che spaziano tra valori evocativi e affermazioni intransitive e potenzialità analogiche, dove il colore è una realtà in sé, forma, effetto primario, luce “miracolosa”, stratificazione del fare. Così come il nostro compassato grigio, il colore è predisposto ad esserci presente ed a raccontare l’altro da sé, senza carichi di pesanti sociologie, narrazioni didascaliche ne manipolate ed illusorie rappresentazioni. Il colore partecipa con le sue proprietà alla definizione della natura delle cose, delle superfici e dello spazio principalmente come esperienza e come colore colorato.

Domanda: ci può essere verità in questo grigio?
Antitesi: non è l’arte che imita la vita, è la vita che imita la cattiva televisione” W. Allen